Salvo qualche multa, mai avuti grossi problemi con le forze dell'ordine, prima che succedesse all'Avana.
Quando, giunti a Cuba da pochi giorni, conoscemmo Marco Polo e Robin Hood mentre passeggiavamo di sabato sera sul Malecòn, tirammo un sospiro di sollievo. Fino a quel momento chi non ci aveva fermato per vedere di arrotondare lo stipendio lo aveva fatto per combinare su due piedi un matrimonio fruttuoso.
Ma quei due strani soggetti no, niente di tutto ciò. Con loro fu tutt'un chiacchierare, sghignazzare, sbeffeggiarsi, divagare. Eravamo quattro coetanei incontratisi di fronte al mare come potrebbe succedere un pò ovunque. Niente turista-da-spennare vs cubano-bisognoso.
Così, dopo una piacevole chiacchierata di un paio d'ore, ritornammo in camera che ancora ridevamo e promettemmo a Marco e Robin che li avremmo richiamati, una volta tornati nella capitale, a fine Cuba-tour.
Pur avendo meschinamente infranto la promessa, ad un giorno dal rientro in patria ecco sul Malecòn la stessa chioma leonina. Gran festa, e poi di nuovo chiacchiere e risate.
Ma qualche ora dopo, quella sera di inizio novembre, mentre camminavamo tutti insieme in direzione di casa, un poliziotto d'improvviso ha fermato i due fuorilegge che ci portavamo appresso.
Ha voluto i loro documenti, li ha riempiti di domande.
Noi, perplesse, stavamo in disparte senza sapere come muoverci. Poi il giovane in divisa ci ha chiamato in causa: "da quanto tempo conoscete quei due?".
Abbiamo esitato e poi optato per "un due settimane, circa".
Purtroppo loro avevano arrotondato per eccesso, dichiarando "quasi un mese".
Così il poliziotto ha cominciato a sbuffare. Disapprovava quella malefatta e pareva essere seriamente stufo di situazioni insormontabili, complicate e ingestibili come la nostra. Sembrava essere realmente stanco di avere a che fare con un popolo così indisciplinato, così scorretto da pretendere di avere a che fare con gli stranieri, quando è risaputo che non è cosa da farsi.
Era davvero arrabbiato ed esausto di dover tenere a bada un branco di delinquenti.
Si è messo velocemente in contatto con la centrale e ha controllato i precedenti di Marco Polo e Robin Hood, intimava di fare attenzione, la situazione era seria: due cubani stavano passeggiando e conversando in compagnia di due ragazze italiane. Ma, quel che è peggio, le dichiarazioni non coincidevano, i ragazzi palesemente mentivano, gli stavano nascondendo qualcosa di grosso.
Fortunatamente il poliziotto a lungo andare si è arreso, e dopo aver preso atto della loro fedina penale pulita, ha generosamente graziato i ragazzi.
Così ci siamo rimessi in marcia e dopo pochi passi Marco Polo improvvisamente ha rotto il pesante silenzio per cantilenare ironicamente una canzoncina che faceva: "que bonita es Cuba, que linda es Cuba".
Robin a testa bassa ha aggiunto: "es que lo que a nosotros falta, a vosotros sobra... la libertad."
Anche se la confidenza fosse stata tale da stringerli in un abbraccio dopo quelle sentenze amare, io non avrei potuto farlo. Quel poliziotto, lì dietro, ci stava ancora guardando.