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sabato, 24 gennaio 2009

Fantasie e non fantasie

Innamorarsi, per una Giulia quattordicenne, corrispondeva più o meno all'idealizzare uno sconosciuto con gli occhi grandi (e poco altro), al metterlo fisso al centro dei propri pensieri e al conseguente disperarsi per mesi e mesi, tra lacrime e sospiri, perchè il soggetto in questione, era chiaro, non l'avrebbe mai degnata di uno sguardo.

Essere innamorata, a quattordici anni, significava non parlare d'altro, fantasticare a lungo termine, illudersi per un incrocio di sguardi, identificarsi in ogni struggente canzone d'amore, e chiedere a chiunque informazioni su di lui, informazioni di ogni tipo che poi risultavano essere, sempre e comunque, il focus da sviscerare nelle interminabili telefonate serali fra amiche. Quando le giunse voce che l'oggetto del suo desiderio fumava, ad esempio, furono ore extra di discussioni melodrammatiche su quell'amore da dimenticare.
  
Il travolgente sentimento di una Giulia quattordicenne non aveva niente a che vedere con capelli piastrati, trucchi e specchi, primo perchè ignorava completamente l'arte del farsi belli, secondo perchè si sarebbe dovuta svegliare un pò prima (e neanche l'amore era abbastanza potente), e terzo perchè sapeva che non avrebbe fatto in alcun modo la differenza, essendo quel ragazzo abbastanza brutto, ma comunque di gran lunga al di fuori della sua portata, cosa che lei stessa, in fondo in fondo, trovava piuttosto rassicurante.

(La Giulia a quattordici anni aveva perso la testa per un diciottenne rappresentante di istituto, giovane militante di alleanza nazionale, che poi si scoprì addirittura essere un suo cugino di secondo grado, il quale probabilmente, dall'alto della sua notorietà, la derideva con i compagni di classe e gli amici per quella cotta percepibile anche dall'occhio meno attento.)

Non so che succederebbe ad una Giulia quattordicenne nel 2009.

So che la sua piccola sorella quattordicenne, se un bel giorno si ritrova a pensare con una certa insistenza al ragazzetto quindicenne dell'appartamento di fronte, nel giro di un giorno scova il suo blog, ottiene il suo contatto messenger, e in men che non si dica si trovano a trascorrere le giornate chattando (quando potrebbero molto più semplicemente salutarsi dalla finestra). La piccola quattordicenne comincia, in maniera patologica, a curare la sua immagine anche la domenica mattina, nell'eventualità che le venga chiesto di uscire a buttare il sacchetto della spazzatura.

Ebbene, nel giro di cinque giorni i piccioncini si confessano l'inconfessabile, si dichiarano le rispettive intenzioni e si danno perfino un appuntamento.
 
Insomma prima mi chiedevo, col sorriso, quanto abbia influito, in tutto ciò, l'avvento della comunicazione via internet. E quanto invece abbia influito tutto il resto.
lunedì, 01 settembre 2008

Vergogna

Alle scuole medie ho vissuto di rendita, in matematica. La maestra Milena, non paga del programma ministeriale, già alle elementari aveva deciso di introdurci al magico mondo della matematica dei più grandi.
La ricordo alla perfezione: un donnone con una chioma di capelli biondi permanentati e un armadio di vestiti abbondanti e colorati.
Era esigente, iperattiva, severa, testarda, metodica, rigida, intransigente. Tanti genitori fuori da scuola si confrontavano sui mal di pancia più o meno dolorosi che lamentavano i loro figlioletti quando arrivava quel giorno settimanale da passare quasi interamente in sua compagnia. Sono stata molto fortunata, poichè rientravo nel gruppo dei pochi fanciulli per i quali la Milly provava una palese e manifestata simpatia.
 
La maestra Giuseppina si era appena fatta nonna. Gli anni alle spalle si facevano sentire ed il doppio lavoro le pesava un pò sul gobbone. Capelli corti ed aria da suora, paziente, organizzata e un pò insipida, non ha lasciato indelebili tracce nella mia contenutissima memoria, ma tutto sommato ha fatto il suo dovere, mi ha letteralmente insegnato a scrivere.

Senza ombra di dubbio per cinque anni ho preferito a tutte la mia maestra Bruna: buona, simpatica, dolce e comprensiva. Le sue ore scorrevano piacevoli, ricordo in particolar modo quanto mi appassionasse ciò che di frequente ci narrava dei suoi figli, giovanotti appena più grandi di noi, le cui avventure ai nostri occhi erano piene di fascino. Quando poi al mare l'ho conosciuto, il suo Michele, l'ho riempito di "lo sai cosa racconta di te la tua mamma?", e via di aneddoti, fino allo sfinimento. Di storia e geografia, in compenso, non è che ne sapessi proprio a pacchi.

E così le mie maestre, così diverse, si completavano. Chi ci insegnava la disciplina e chi ricopriva un ruolo più materno, affettuoso. Chi era soggetta a sbalzi di umore e chi era più stabile e si sapeva cosa aspettarsi. Chi condannava i monelli e chi, invece, ammiccava ai meno responsabili. Chi premiava l'impegno e chi sorrideva delle intuizioni di un discolo. C'era chi ci portava in gita e al parco e chi, ad ogni richiesta, lamentava tremendi dolori alle gambe. Chi cominciava in aprile a far lezione sotto un albero e chi neanche l'ultimo giorno ci concedeva un gelato. C'era chi demoralizzava i genitori, e chi li rassicurava un pò. C'era chi non ci risparmiava grida e richiami e chi non riusciva neanche a tenerci il muso. C'era chi ci insegnava giocando, chi scherzava poco, chi aveva una pazienza infinita e chi invece il minimo indispensabile.
 
Mi provoca moltissima rabbia l'idea di tornare indietro nel tempo al punto da affidare i bambini italiani, per cinque anni chiave della loro crescita, ad una persona sola, con le sue debolezze, i suoi limiti, le sue preferenze e tutto il suo stress.
 
Peccato che io stia pensando di rivedere il mio corso di studi, perchè chissà quanti bambini verranno spediti dagli psicologi, alcuni con un rendimento preoccupante, altri tempestivamente etichettati come ritardati o iperattivi, semplicemente perchè loro, con quella maestra lì, proprio non vanno, e non vogliono andare.
           
Chissà quali dolori lamenteranno quelli che all'improvviso un giorno a scuola proprio non se la sentiranno di entrare perchè ingenuamente e forse inconsapevolmente avranno intuito che quell'unico insegnante, responsabile della loro maturazione e della loro cultura di base, è un incapace, un vecchio esausto oppure magari un grandissimo stronzo.
giovedì, 03 aprile 2008

Una singola

Alla menzogna che le era stata raccontata perchè desistesse dall'intenzione di soggiornare per un breve periodo al grandhotel, lei rispose che non le creava nessun problema il fatto che non ci fosse maniera di rientrare da mezzanotte fino alle sette della mattina.
       
Non le creava nessun problema in quanto lei non rientrava mai in quella fascia oraria lì. Lei finiva di lavorare quando ormai il sole era già alto nel cielo di giugno e quando, tornando, trovava il mio babbo assonnato alle prese con un albergo da rimettere in moto, lei manifestava il desiderio di pagare il conto del giorno entrante. Dalla tasca estraeva un mazzetto di soldi sgualciti e ne contava l'importo esatto.
 
Solo allora saliva su, ma non per rifugiarsi sotto le coperte al buio di una stanza con le tapparelle abbassate. Lei non aveva nessuna intenzione di soffocare lì, fra strazianti flash e cattivi odori rimasti nel naso, bensì, senza provare vergogna nel mostrare quel suo corpo livido e consumato, preferiva indossare un costume e addormentarsi al sole, bagnarsi in piscina, fare lunghe passeggiate in bicicletta.
 
Rispondeva ai saluti con un sorriso e sfruttava al massimo ciò che le offriva quel paesino di mare un pò fuori stagione.
 
Mi chiedo se una giornata se la sia concessa per intero. Chissà se almeno una sera, con la pelle arrossata dal sole e i capelli profumati di balsamo, si sia vista più bella del solito e abbia deciso di regalarsela, tanta bellezza. 
     
Può darsi che invece di infilarsi una gonna inguinale e un top, invece di truccarsi e uscire come al solito a svendere il suo corpo, un pò trasandata sia scesa al bar solo per comprarsi un gelato, e che poi se lo sia goduto lentamente sul balcone, nel silenzio tra le zanzare, prima di infilarsi sotto le coperte fresche e pulite di quell'albergo in cui quella signora non solo è stata una cliente esemplare, ma una donna coraggiosa, che nei limiti del possibile cercava dignitosamente di pensare un po' a sè stessa.
martedì, 29 gennaio 2008

Dolorose scelte

Non so dire quanto mi desiderasse, nè perchè non si scoraggiasse, ma con certezza so il contrario, quanto io volessi lui.
Quando inciampava nel domandarmi un bacio cercavo di illudermi che mi sarebbe bastato. Ma non funzionava, così declinavo, compiendo l'ennesima mia punizione.
 
Gli avrei baciato le ferite di guerra e sono certa che le avrei guarite, una ad una, col respiro e la saliva e con le orecchie, tese ad ascoltarne di ognuna la storia.
L'avrei fatta mia, la storia di quelle cicatrici, l'avrei succhiata e poi raccontata. Sottovoce, in confidenza.
Quante volte ho immaginato la stessa tavola, gli stessi commensali, lo stesso fuoco del camino acceso e lo stesso vassoio di patate lessate.
Nulla volevo che cambiasse, solo l'intensità di quegli sguardi, affinchè riuscissero a mantenerci stretti, evocando quel bacio di poco prima, quel bacio furtivo, che stava scadendo.
Le mie mani e le mie labbra, che come scolarette attente già avevano imparato tanto, a tarda notte lo avrebbero consolato e poi lo avrebbero addormentato. L'esperienza, la dedizione e la passione lo avrebbero rapito, speravo un giorno innamorato.
 
Invece il mio desiderio si deve alimentare tramite i miei occhi, loro che non fanno altro che pensare a lui. Si deve nutrire dei suoi sorrisi, della sua voce calda, della sua sola gentilezza e di quei pochi imbarazzati e teneri baciamano.
Ma che smetta di domandarmi la ragione del mio diniego.
Io non posso spiegargli che, nell'apprendere quell'arte che vorrei portargli in dono, io ho accolto in me il motivo della mia intramontabile infelicità.
La mia, di ferita, poi nessuno l'avrebbe guarita.
Che torni a casa ignaro, l'italiano, ma che non dimentichi quella straniera che custodiva le sue porzioni come il più prezioso dei regali. Quella sgualdrina che, tra tutti i soldati, aspettava quell'uomo di tanto lontano come una moglie premurosa e amabile.
postato da: adelantegiu alle ore 03:22 | link | commenti (2)
categorie: rielaborazioni, cronache di altri tempi