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lunedì, 12 maggio 2008

Musica per le mie orecchie

Il balconcino del mio nido nella capitale si affaccia su un cortile interno dai muri scalcinati, un cortile interno che son decenni che elemosina una rinfrescata, un cortile interno snobbato dal sole, eppure impreziosito da qualche panno steso colorato e frequentato essenzialmente da piccioni, tanti, grossi, sudici piccioni.
            
Qui ogni rumore rimbalza da una parete all'altra come in un flipper ed si infila in ognuna delle finestre aperte, così, quando sono alla scrivania a studiare, oltre all'arietta che mi tiene sveglia, lascio che entri un assaggio di nove piani di persone che, come me, hanno una stanza che si affaccia nel privè. Così si condividono le cose, un pò all'antica.
 
A terra, laggiù in fondo, c'è un parcheggio a pagamento ed un parcheggiatore piccolo piccolo di cui dall'alto intravedo la pelata soltanto. Le sue parole dal pesante accento romanesco s'innalzano al cielo scandendo così le nostre giornate. 
 
Il suono dei telefoni è un drin drin squillante e demodè. Spesso succede che nessuno risponda, quello che si sente allora sono le bestemmie di chi vorrebbe un pò di pace.
 
Francesco dev'esser molto piccolo e piange spesso, forse meno di mattina con la nonna che al pomeriggio, quando la famiglia al gran completo trotta per casa, sopra di me.
 
Gli odori, fin dall'alba, son quelli di pietanze fatte in casa, saporite, gustose e caloriche. Di certo non sarà la mia pasta in bianco o la ricottina ad allietare i vicini col suo profumo.
 
Al pomeriggio qualche signora un pò attempata guarda le telenovelas che passa retequattro e allora non devo neanche chiudere gli occhi per immaginare la mia nonna, assorta, ad un metro dal televisore, con le finestre spalancate, il grambiule e le gote arrossate, al piano di sopra.
 
Il tg3 è quello che va per la maggiore, tra di noi.
 
Da qualche parte c'è un grande fan di Rino Gaetano. 
 
La gente, in genere, va a letto presto. E si sveglia altrettanto presto, al contrario di me. E di prima mattina non esige delicatezza e ovatta, al contrario di me.
     
Ogni tanto qualche bella sorpresa mi delizia, come una Farewell che rimbomba quando meno me lo aspetto, e a tratti sembra che parli a me di me, e canticchiamo, io e una ragazza che non so che faccia abbia, e nemmeno esattamente dove stia.
   
Così, nonostante mi lamenti sempre degli inquilini che furbeggiano, del bagno sporco, della polvere e della cucina senza tavolo, poi in fondo qualcosa mi mancherà, di questa insolita sistemazione, ora che sto per lasciarla.
             
Perchè, se a volte ricerco ansiosamente solitudine e silenzio, in questi giorni di delirio sui libri queste presenze chiassose mi rallegrano e mi tengono un pò compagnia.
  
Ma questo non sono stata a specificarlo alla nuova potenziale inquilina, quando è venuta ad esaminare stanza e casa, ha trovato il bagno insolitamente pulito, si è mostrata interessata e mi ha domandato, fissandomi negli occhi: "la camera è silenziosa, vero?"
   
In uno slancio di sincerità avrei dovuto confessarle che sei piani più in basso uno dei parcheggi è riservato ad una specie di ruspa che quando fa manovra son tentata di ripararmi la testa dai calcinacci. Ma, se mi avesse conosciuto, più efficace ancora sarebbe stato dirle semplicemente che quel bestione è in grado di interrompere il mio sonno, di mattina.
                     
Però c'era il mio coinquilino-padrone che, comparso immediatamente alle spalle della ragazza, mi scrutava minaccioso, aspettandosi da me una risposta che non vanificasse ogni suo sforzo, in primis quel bagno da lui nel pomeriggio ricondotto ai minimi livelli che la decenza impone.
       
Così ho pensato "chissà, magari questo rumoreggiare caldo e casereccio un giorno potrebbe allietare anche lei", e le ho mentito spudoratamente.
postato da: adelantegiu alle ore 02:16 | link | commenti (2)
categorie: cronache romane
domenica, 11 maggio 2008

Una questione tutta italiana

Quelli che son passati di lì erano più che altro cinesi: d'altronde si tratta del loro quartiere, non ci son altro che occhi a mandorla lì, per quelle vie. E loro si guardan poco intorno, così non si devono essere accorti che in strada, a quell'ora, era in corso un esame orale. Tra un'auto che s'attaccava al clacson e pedoni distratti che pianificavano il loro venerdì sera, intorno alle 20:20 io ero interrogata sul marciapiede di fronte alla facoltà, chiusa.
  
Appello ore 14:00, integrazione facoltativa del voto, ci presentiamo in poco meno di una trentina. Ci presentiamo appena si può, preso atto dei residui di uno sciopero dei mezzi che, in quel di Roma, doveva finire alle 12.30, sulla carta.
  
Ci presentiamo pensando di rispondere brillantemente ad un paio di domandine, ed integrare così, significativamente, il voto ottenuto nella parte a crocette. Ebbene abbiamo dovuto rivedere in fretta le nostre convinzioni: orale lungo e intenso per un massimo di due miseri punticini in palio.
  
Questo finchè, fatti due conti, la docente decide di chiedere aiuto. E così arriva lei, una sorta di assistente, in realtà solo una collega di lavoro, professionista indiscutibilmente intelligente, colta, sveglia e preparata, ma purtroppo non al corrente di quel che concerne il programma del corso. Così si limita a fare correggere ad ognuno il suo compito, e sorprendentemente, all'improvviso, una fanciulla che si presentava con un ventidue raggiunge il suo banchino, sotto gli sguardi increduli e di nuovo speranzosi di tutte le presenti, dopo aver raccimolato un bel trenta.
  
I cinesi che passavano di lì non si potevano immaginare la rivalità che, qualche ora prima, questa seconda opportunità aveva scatenato. Non avevano assistito alle manovre impensabili di gente che quasi menava le mani per arrivare a sedersi su quella seggiolina fruttuosa, dirimpetto all' assistente. I cinesi non avevano assistito alla vittoria dei più furbi, come avevo fatto io, in disparte, prendendo atto per l'ennesima volta di quella poca maestria che possiedo nell'arte dello stare al mondo.
  
Ai cinesi in realtà non interessava proprio per niente che la professoressa, dal canto suo, fino all'ultimo continuasse a trattenere la gente per delle mezz'ore a filosofeggiare su un'utopistica integrazione delle persone disabili. E lei che si professava furba, attenta e navigata non aveva considerato che fosse il caso che anche la collega seguisse un ordine, nell'interrogare, se non altro per affidare l'esito a monsieur Caso e madame Fortuna.
  
I cinesi non si son nemmeno accorti che dopo mezza domanda col giubbotto addosso, un "Ma mi dica una cosa sinceramente. Lei ha studiato?" e un "Le dò un punto in più proprio perchè ha fatto le otto", io ho lasciato quel marciapiede con le lacrime addosso dal nervoso, perchè la Sapienza è una giungla, le interrogazioni un terno al lotto, ma soprattutto perchè io, provincialotta, devo ancora farmi un bel pò le ossa.
postato da: adelantegiu alle ore 22:13 | link | commenti (2)
categorie: cronache romane, cronache dei miei psicostudi