Non so dire quanto mi desiderasse, nè perchè non si scoraggiasse, ma con certezza so il contrario, quanto io volessi lui.
Quando inciampava nel domandarmi un bacio cercavo di illudermi che mi sarebbe bastato. Ma non funzionava, così declinavo, compiendo l'ennesima mia punizione.
Gli avrei baciato le ferite di guerra e sono certa che le avrei guarite, una ad una, col respiro e la saliva e con le orecchie, tese ad ascoltarne di ognuna la storia.
L'avrei fatta mia, la storia di quelle cicatrici, l'avrei succhiata e poi raccontata. Sottovoce, in confidenza.
Quante volte ho immaginato la stessa tavola, gli stessi commensali, lo stesso fuoco del camino acceso e lo stesso vassoio di patate lessate.
Nulla volevo che cambiasse, solo l'intensità di quegli sguardi, affinchè riuscissero a mantenerci stretti, evocando quel bacio di poco prima, quel bacio furtivo, che stava scadendo.
Le mie mani e le mie labbra, che come scolarette attente già avevano imparato tanto, a tarda notte lo avrebbero consolato e poi lo avrebbero addormentato. L'esperienza, la dedizione e la passione lo avrebbero rapito, speravo un giorno innamorato.
Invece il mio desiderio si deve alimentare tramite i miei occhi, loro che non fanno altro che pensare a lui. Si deve nutrire dei suoi sorrisi, della sua voce calda, della sua sola gentilezza e di quei pochi imbarazzati e teneri baciamano.
Ma che smetta di domandarmi la ragione del mio diniego.
Io non posso spiegargli che, nell'apprendere quell'arte che vorrei portargli in dono, io ho accolto in me il motivo della mia intramontabile infelicità.
La mia, di ferita, poi nessuno l'avrebbe guarita.
Che torni a casa ignaro, l'italiano, ma che non dimentichi quella straniera che custodiva le sue porzioni come il più prezioso dei regali. Quella sgualdrina che, tra tutti i soldati, aspettava quell'uomo di tanto lontano come una moglie premurosa e amabile.