Prima di capire che avremmo potuto sviscerare qualsiasi argomento e che chiacchierare a qualsiasi ora davanti ad un caffè ci avrebbe dato grossissime soddisfazioni, abbiamo dovuto imparare una lingua in cui farlo.
La nostra storia l'han fatta i bar.
E' davanti ad un bar che abbiamo deciso di entrare insieme in un'agenzia per risolvere quell'incalzante necessità di trovare un letto per svernare.
E' dentro ad un bar che, una domenica pomeriggio autunnale, come per miracolo, si è svelata la prima di una lunghissima seria di conversazioni straordinarie.
Ci aiutavamo con espressioni, gesti, qualche residuo di lingua inglese, improvvisazione, fantasia, e soprattutto con un buon numero (che non si è mai del tutto estinto) di "no, tia, no he entendido. Que?!".
E allora si rispiegava, con un altro giro di parole, talvolta perfino con carta e penna.
Perchè da subito non ci lasciammo spaventare da argomenti di nessuna portata, non decidemmo mai di fermarci in superficie per carenza di mezzi, tutt'altro. Scoprimmo i vantaggi di dover semplificare le questioni più complesse in modo da renderle sensate e comprensibili in una lingua che non era la nostra, e apprezzammo l'impegno di non poterci distrarre, di doverci guardare dritto dritto negli occhi, di dover stare ben attente e concentrate. Ne facemmo di necessità virtù.
Quel giorno, quando uscimmo dall'Americano, si era fatto buio, Valencia era più bella del solito, con le sue palme ed i suoi lampioni che ne fan la differenza, e noi tornammo a passo lento verso il nostro decadente appartamentino, con la consapevolezza che il nostro soggiorno in terra di Spagna ci aveva riservato un'ulteriore bella sorpresa.
Da lì in poi ci furono anche litigate drastiche, urla e silenzi, musi e dispetti.
Ci furono notti in bianco e staffette. Lei che si alzava per prepararsi il panino (burro salato, cetrioli e salame) e finalmente io che mi infilavo nel suo letto, considerata l'inagibilità del mio, e soprattutto stanca di quel divano scomodo.
Ci fu il mio realismo e la sua ingenuità, la sua istintività, spensieratezza e spontaneità ed il mio cercare di capire. La curiosità di entrambe e di entrambe le terribili lacune. La sua simpatia, il suo mondo fatato ed io che sbattevo la testa nel muro.
La sua vita piena di rosa e la mia stanza tutta rossa. Talmente rossa che ogni oggetto di quel colore che scovava dal cinesino sotto casa poi me lo portava su, tutta fiera del suo ennesimo regalo tutto rosso.
C'era il suo reggaeton e la mia musica da vecchi. Che, chiunque fosse su, lei si lamentava: "ma dai Giulia basta con questo Franciesco", proprio così.
E poi c'erano Bob Marley e James Blunt quando disperate cercavamo un compromesso.
Ci furono colazioni agli orari più insoliti, colazioni col pigiama sotto al giubbotto e colazioni dopo notti tumultuose.
Beh, avevamo grandi progetti per quando la raggiungerò nella sua nuova dimora là in cima alla Germania. Sembrava dovessimo fare le turiste in piena regola.
Ma ieri sera, dopo essersi per caso beccate in chat e avere constatato l'urgenza e la necessità di fare chiarezza nelle nostre vite un pò a soqquadro, si è deciso che la prossima settimana non ci muoveremo da Brema, che tutto ciò che di turistico mi proporrà sarà la statuina dei musicanti, e che per il resto dei cinque giorni staremo chiuse in dei bar troppo tedeschi, "in cui si può fumare ancora per un mese" (ha specificato), a difenderci dal freddo tagliente e a far scorta delle nostre insostituibili, esaurienti e un pò buffe chiacchierate.