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sabato, 29 dicembre 2007

Risparmio energetico

Lascio distrattamente le luci accese dietro di me da quando sono in grado di accenderle. Da piccola lo facevo anche un pò apposta, mi mettevano allegria, facevano infuriare il babbo, ma, soprattutto, ero convinta tenessero lontano i ladri. Ritenevo ovvio che questi ultimi pensassero che, proporzionalmente al numero di luci accese, aumentassero gli inquilini, un pò sparsi qua e là. Perciò li scoraggiavo, i ladri, vestendo la casa a festa.
       
Sotto la doccia ci sono sempre stata troppo a lungo, e, sebbene ora infami la teen-ager quando lo fa, e le attacchi pezze insostenibili sulla carenza d'acqua nel mondo, conosco il piacere che prova quando una mezz'ora di acqua bollente le scorre addosso e la rigenera, appannando ogni vetro fino al portone d'ingresso.
         
Anche sostituire saltuariamente il treno o delle salutari camminate alla comodità del guidare canticchiando sarebbe un'ottima iniziativa, lo so, eppure questa passione per la guida mi travolge.
      
Però, giuro, a tutto ciò ogni tanto penso seriamente. Mi impongo di darmi una regolata. Mi succede infatti di tornare sui miei passi apposta per spegnere delle luci, cerco di evitare di aprire l'acqua della doccia per poi inchiacchierarmi su msn, e a prendere il caffè al bar di tanto in tanto ci vado a piedi. Come mi insegna il mio bel giornalista dalla barba incolta, quello ironico e indignato che ce l'ha con Silvio, coi tronisti e coi delitti che fanno audience, dovrei fare la mia parte. Perlomeno lo so, e mi ci interrogo su.
      
Ma c'è una cosa a cui proprio, con tutta la buona volontà, non potrei rinunciare. Il riscaldamento a manetta.
        
Io non sono freddolosa, di più. Quando ho le mani ed i piedi congelati il mondo mi sembra un posto ostile ed insensato. Già stento ad uscire dalle coperte alla mattina, ma se l'aria che penetra dalle fessure è tagliente, allora il risveglio diventa la più ardua delle imprese. Troppo ardua per essere intrapresa.
    
Ma questo i miei tre nuovi coinquilini ancora non lo sanno, e non lo potevano immaginare.
      
Oggi uno di loro, però, deve avere cominciato a sospettarlo.
       
"Perchè io sto morendo di freddo?", gli ho chiesto stamattina, cianotica, braccandolo appena si è affacciato fuori dalla sua cameretta.
    
"Ah, giusto. C'è un interruttore nella tua stanza, vicino alla finestra. Con quello accendi i termosifoni."
      
Non il termosifone, i termosifoni, tutti.
      
"Io non li accendo quasi mai", ha aggiunto. Pare non tolleri molto il caldo, il ragazzo.
      
Sarà per questo che l'ho trovato boccheggiante e sofferente stasera, quando intorno alle otto sono rientrata e, avendo erroneamente dimenticato i termosifoni accesi per tutto il pomeriggio, aprendo la porta di casa mi ha investito un getto d'aria bollente. 
Allora mi sono tolta sciarpina e giubbottino e, con un ghigno sadico celato dietro ad un'espressione dispiaciuta, fra me e me gli ho chiesto scusa, ma poi ho pensato che bisogna che s'abitui.
postato da: adelantegiu alle ore 03:02 | link | commenti (16)
categorie: cronache romane
giovedì, 20 dicembre 2007

Inflazione

Gino l'ottantaseienne, nella mattinata di ieri, è comparso all'uscio di casa nostra e, con le idee ben chiare in testa, si è rivolto alla nuora:
    
"Francesca, io ho bisogno di un completo nuovo."
         
"di un cosa, Gino?!"
          
"di una giacca ed un paio di pantaloni. Mi dovresti accompagnare a comprarli, oggi pomeriggio."
       
"e come mai, Gino?"
                 
"il fatto è che alla mia età non sai mai cosa ti può succedere. E nell'armadio bisogna che ce l'abbia, un completo nuovo."
         
Viva l'allegria.
                 
Non solo non ha risparmiato all'auditorio il racconto di "come si viveva una volta" e dei sacrifici che ha fatto per mettere insieme un dignitoso gruzzoletto.
      
Non solo ha ribadito più e più volte di potersene permettere, ora, di vestiti, ma anche che servano a ben poco, visto che "la fidanzata io non me la devo fare".
         
Non solo non ha riconosciuto il proprietario del negozio, che sosteneva di vivere nella casa accanto alla sua ormai da alcune decadi.
          
Non solo ha affermato che di completi marroni ne ha già uno seminuovo, comprato "appena una trentina di anni fa".
          
Non solo aveva il colletto della camicia leggermente macchiato, cosa che ha fatto tremendamente vergognare la franci-maniaca della pulizia.
            
Non solo continuava a ribadire che i pantaloni che aveva addosso (lisi e con le tasche scucite) fossero, tutto sommato, ancora in ottimo stato.
       
Non solo, quando ho risposto alla commessa di avere ventitre anni, ha sostenuto fermamente che mi stessi confondendo, "ma se son ventuno!".
           
Ma infine, quando improvvisamente ha scorto il numero più o meno a metà tra il trecento e il quattrocento, scritto a chiare lettere sul cartellino, accigliato si è rivolto alla commessa e, serio e preoccupato, ha domandato:
              
"ma dica un pò, signorina... ma queste sono lire, oppure sono euro?"
postato da: adelantegiu alle ore 04:01 | link | commenti
categorie: cronache familiari
lunedì, 17 dicembre 2007

Sottovoce

Adesso non ho piu scuse per trascinarmi dal letto al computer col fare di una disoccupata frustrata che non sa che cosa ne sarà di lei e si vende al pessimismo, che passa il tempo a psicanalizzarsi sadica, che si abbatte per la classiche difficoltà in cui incespica nella quotidianità, che prevede per sè un futuro incerto e che si consola a suon di gelati, pizze e nostalgia.
             
Adesso risulto di nuovo regolarmente iscritta all'università, ho buoni propositi, prevedo tanti stimoli e grosse novità, ma soprattutto, attenzione, ho addirittura una casina nella capitale, tre ometti lavoratori (due dei quali non so che faccia abbiano) come coinquilini, un meraviglioso letto matrimoniale che, con la sua sola presenza, mi darà sollievo nei momenti di sconforto, un bagno su cui invece preferisco tacere, ed infine una cucina senza uno straccio di tavolo, ma in compenso con una finestrella che a guardarci bene bene si vede un pò tutta Roma, secondo me. Poi anche il resto gira bene.
           
Insomma, bando alle ciance. Il fatto è che oggi son proprio contenta davvero. E digerisco senza fissarmi quel pò di paura che ne consegue.
postato da: adelantegiu alle ore 01:08 | link | commenti
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sabato, 15 dicembre 2007

Appartenenze

Di ritorno dalla regione che amo e che prima o poi, ci scommetto, mi farà sua, qualche ora fa, su un treno deserto, ero molto interessata alla conversazione dei quattro ragazzi che sedevano poco lontano da me, dei quali però non vedevo le facce. Saltavano di argomento in argomento con un tono di voce piuttosto elevato, e spaziavano dalla politica allo spettacolo in maniera per niente banale e piuttosto piacevole.
 
Finchè d'improvviso, mentre distratta guardavo il buio fuori dal finestrino e con un orecchio ascoltavo una canzoncina senza pretese, mi sono resa conto che i due ometti della compagnia stavano imprecando e denigrando senza freni la categoria "studenti di psicologia". Uno in particolare era aggressivo ed impietoso, e stava lamentando la delusione di avere appena scoperto che tale Stefania, che prima considerava intelligente ed in gamba, era caduta sorprendentemente nella trappola di coloro che fan finta di fare l'università e invece si iscrivono a tale buffonata.
     
Era insistente e rude il ragazzo, così io, esasperata, ho ben pensato di sollevarmi leggermente dal mio sedile, scrutarne il viso e sorridergli.
Al suo sguardo interrogativo ho risposto così: "no, sai... è che anch'io faccio psicologia...".
              
Lui, da uomo duro e fiero delle sue sentenze, non si è scomposto, anche se io, da strizzacervelli quale sono, mi sono accorta che una risatina ne stava tradendo un leggero imbarazzo, prima che gli altri mi invitassero ad aggregarmi al gruppo, così che io avessi modo di difendermi.
        
Nonostante fossi combattuta, istintivamente ho declinato l'invito e sono rimasta nel mio angolino a spalmarmi su due-tre seggiolini, in quella quiete, senza nessuno che mi vedesse in viso.
        
Dopo poco però sono stata costretta ad intervenire di nuovo, quando i quattro in questione tentavano invano di risalire all'autore di una canzoncina demenziale di qualche anno fa.
"Era Phoebe di Friends", ho suggerito loro, e la risposta è stata accolta da applausi e sollievo, nonchè da un commento punzecchiante da parte del ragazzo di cui sopra: "vedi che anni e anni di psicologia a qualcosa ti son serviti."
 
Ma è stato alla fine, quando la ragazzetta di spalle, il cui sguardo non aveva ancora incrociato il mio, si è alzata per indossare il giubbotto e mi ha riconosciuto, che ho pensato che questo fosse un episodio da scrivere sul blog.
             
La fanciulla incredula mi ha detto "ma tu non sei l'amica di Ale? la Chippi?", e dopo aver svelato al mio acerrimo nemico perfino il mio soprannome da liceale, mi ha fatto notare che tra una settimana ci incontreremo di nuovo per la festa di compleanno del suddetto Ale, amico comune che ha introdotto l'una all'altra la scorsa estate, in quel del Festival dell'Unità.
                       
Beh, l'evento di sabato prossimo sarà presenziato anche dal mio antagonista, in quanto fiancè della fanciulla, ed è stato deciso che in tale occasione io ed il soggetto in questione siederemo accanto e affronteremo la questione "la psicologia è tutta una farsa?".
 
Detto questo, quando poi scesa dal treno ho raggiunto la mia macchina sotto degli enormi fiocchi di neve e con Ivano a manetta ho guidato verso casa, avevo tutt'altro a cui pensare, nonostante l'episodio piuttosto curioso.
                 
Ma uno di questi giorni sicuramente mi metterò a tavolino e mi preparerò il discorso per il dibattito, perchè, pur essendo io la più scettica delle psicopischelle, quando si parla della psicologia come fa un ateo di una religione, ma quel che è peggio ci si riferisce agli psicologi come a una sorta di sciocchi ed illusi credenti ignoranti, ecco, in quel caso il mio orgoglio un pochettino prude.
postato da: adelantegiu alle ore 04:00 | link | commenti (3)
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venerdì, 14 dicembre 2007

"perchè col tempo cambia tutto lo sai..."

C'era una volta un ragazzetto coi capelli scuri e gli occhi scuri e le sopracciglia folte e scure che una domenica pomeriggio vide su un gradino di una discoteca una ragazzetta un pò smarrita che aveva già una becks in mano, sì, ma quella becks ancora la faceva sentire a disagio, come del resto la riga nera sugli occhi ed i capelli piastrati.
   
Quel giorno lui le si sedette accanto, ci scambiò quattro chiacchiere e prese una decisione, quasi all'istante.
      
Decise di farsene carico e che da quel momento in poi l'avrebbe protetta, accudita, fatta ridere, convinta di essere bella quando bella non si sentiva affatto. Le avrebbe tenuto la mano mentre vomitando delirava, e l'avrebbe consolata ogni volta che teatralmente lamentava le sue pene d'amore. L'avrebbe divertita, sorpresa, stuzzicata, ed esortata se le mancava il coraggio. Ma soprattutto, soprattutto, avrebbe per sempre tentato di convincerla che, fra Liga e Vasco, è meglio Vasco. 
            
Così fece, per anni. 
       
La intrattenne quando s'annoiava, prese la patente per scarrozzarla, la difese a spada tratta ogni volta che i suoi amici la deridevano nelle chiacchierate tra ragazzini sballati. La ascoltò ripetere le stesse cose più e più volte e spezzò il ghiaccio per lei quando era troppo in imbarazzo. Si fece in quattro per realizzare ogni suo desiderio, le perdonò ogni misfatto, ogni debolezza, ogni atto di profondo egoismo fatto senza pensare, e anche quelli fatti pensando. Assecondò ogni suo umore e rise dolcemente delle sue fissazioni e delle sue paranoie. Ridimensionò i problemi che le sembravano giganteschi, non le mancò mai di rispetto, non le fece mai un torto nè le portò rancore, nemmeno quando avrebbe dovuto. Ebbe pazienza quando non la capiva ed accettò stoicamente ogni dolorosa sua scelta. Le fece promesse come dispetti, e poi ogni tanto si allontanava, per vedere di farsi cercare.
        
Niente lieto fine, piuttosto la consapevolezza che è stata una fortuna, questa storia a quell'età, ma che il minimo che lei possa fare è rispettare gli intenti cambiati.
E poi che gusto ci sarebbe, se su Vasco e Liga non litigheremmo più?
        
Però buon compleanno, amico mio.
postato da: adelantegiu alle ore 02:28 | link | commenti (1)
categorie: cronache sentimentali
giovedì, 06 dicembre 2007

Un lungo travaglio

Finita la triennale, conclusasi pure la stagione estiva, un bel giorno mi son chiesta che farmene di me. Mica da grande per carità, nei mesi a venire.
                                                                    
Non sapevo dove sarei andata a finire, su quali libri mi sarei messa a studiare, per quali strade avrei camminato. Sapevo di voler cambiare aria, assecondavo ogni idea balzana e, spiegandogli che ero indecisa tra Siena ed Urbino, spiazzavo colui a cui tre giorni prima avevo esposto nei dettagli il problema: "Tu che dici? Roma o Padova?".
                                            
A settembre sono stata incontenibile, nessuno teneva il mio passo, alternavo sconforto ad euforia, mi appigliavo e poi lasciavo la realtà, ero alla ricerca disperata di risposte, segni, coincidenze, consigli, botte di culo, proposte da prendere al volo.
         
Avevo una libertà quasi sconfinata da gestire e non sapevo nemmeno come tenerla in mano, non sapevo a cosa dare la priorità e avevo il terrore di perdere treni.
          
Una me preoccupata, concreta e responsabile puntualmente bussava all'uscio e mi faceva fretta.
L'altra, pigra, fiduciosa e visionaria, ogni volta s'innervosiva, e tornava sotto le coperte, sbuffando.
         
Così si è fatto ottobre. A quei tempi c'erano in ballo Roma e Bologna. Poi a Bologna si passava con 40 ed io di punteggio ho raccimolato un misero e dispettoso 39. Ma l'ho saputo che ero a Cuba e l'ho mandato giù insieme ad un sorso di Mojito.
          
Allora è arrivato novembre, mese in cui la burocrazia dell'università capitolina mi ha fatto diventar matta, e si parlava assiduamente di Piemonte. Male che andasse, sarei andata a sciare.
             
Ed ecco, finalmente, dicembre. Ed ora la novità è che a Roma si entra in 240 ed io, questa volta, sono la numero 239.
              
A questo punto è evidente che Roma dev'essere.
                    
E dunque, gente, che Roma sia.
postato da: adelantegiu alle ore 03:43 | link | commenti (2)
categorie: cronache dei miei psicostudi
sabato, 01 dicembre 2007

In visita alla crucchetta

Prima di capire che avremmo potuto sviscerare qualsiasi argomento e che chiacchierare a qualsiasi ora davanti ad un caffè ci avrebbe dato grossissime soddisfazioni, abbiamo dovuto imparare una lingua in cui farlo.
                       
La nostra storia l'han fatta i bar. 
E' davanti ad un bar che abbiamo deciso di entrare insieme in un'agenzia per risolvere quell'incalzante necessità di trovare un letto per svernare.
E' dentro ad un bar che, una domenica pomeriggio autunnale, come per miracolo, si è svelata la prima di una lunghissima seria di conversazioni straordinarie.
Ci aiutavamo con espressioni, gesti, qualche residuo di lingua inglese, improvvisazione, fantasia, e soprattutto con un buon numero (che non si è mai del tutto estinto) di "no, tia, no he entendido. Que?!". 
E allora si rispiegava, con un altro giro di parole, talvolta perfino con carta e penna.
Perchè da subito non ci lasciammo spaventare da argomenti di nessuna portata, non decidemmo mai di fermarci in superficie per carenza di mezzi, tutt'altro. Scoprimmo i vantaggi di dover semplificare le questioni più complesse in modo da renderle sensate e comprensibili in una lingua che non era la nostra, e apprezzammo l'impegno di non poterci distrarre, di doverci guardare dritto dritto negli occhi, di dover stare ben attente e concentrate. Ne facemmo di necessità virtù. 
Quel giorno, quando uscimmo dall'Americano, si era fatto buio, Valencia era più bella del solito, con le sue palme ed i suoi lampioni che ne fan la differenza, e noi tornammo a passo lento verso il nostro decadente appartamentino, con la consapevolezza che il nostro soggiorno in terra di Spagna ci aveva riservato un'ulteriore bella sorpresa.
                    
Da lì in poi ci furono anche litigate drastiche, urla e silenzi, musi e dispetti.
Ci furono notti in bianco e staffette. Lei che si alzava per prepararsi il panino (burro salato, cetrioli e salame) e finalmente io che mi infilavo nel suo letto, considerata l'inagibilità del mio, e soprattutto stanca di quel divano scomodo. 
Ci fu il mio realismo e la sua ingenuità, la sua istintività, spensieratezza e spontaneità ed il mio cercare di capire. La curiosità di entrambe e di entrambe le terribili lacune. La sua simpatia, il suo mondo fatato ed io che sbattevo la testa nel muro.
La sua vita piena di rosa e la mia stanza tutta rossa. Talmente rossa che ogni oggetto di quel colore che scovava dal cinesino sotto casa poi me lo portava su, tutta fiera del suo ennesimo regalo tutto rosso.
C'era il suo reggaeton e la mia musica da vecchi. Che, chiunque fosse su, lei si lamentava: "ma dai Giulia basta con questo Franciesco", proprio così.
E poi c'erano Bob Marley e James Blunt quando disperate cercavamo un compromesso. 
Ci furono colazioni agli orari più insoliti, colazioni col pigiama sotto al giubbotto e colazioni dopo notti tumultuose.
 
Beh, avevamo grandi progetti per quando la raggiungerò nella sua nuova dimora là in cima alla Germania. Sembrava dovessimo fare le turiste in piena regola.
Ma ieri sera, dopo essersi per caso beccate in chat e avere constatato l'urgenza e la necessità di fare chiarezza nelle nostre vite un pò a soqquadro, si è deciso che la prossima settimana non ci muoveremo da Brema, che tutto ciò che di turistico mi proporrà sarà la statuina dei musicanti, e che per il resto dei cinque giorni staremo chiuse in dei bar troppo tedeschi, "in cui si può fumare ancora per un mese" (ha specificato), a difenderci dal freddo tagliente e a far scorta delle nostre insostituibili, esaurienti e un pò buffe chiacchierate.
postato da: adelantegiu alle ore 17:21 | link | commenti
categorie: cronache di viaggio