Un splendido fanciullo per cui tengo da parte tutt’una serie di aggettivi che riservo per ben poca altra gente stasera mi ha sorpreso: mi ha fermato e detto di avere ventisei anni e che adesso, improvvisamente, si sente insicuro, indifeso, ha paura, e sogna dei denti che cadono, proprio come me.
Così mi sono immaginata la stessa conversazione al bar, in quel bar che non è nè mio nè suo, ma che entrambi sentiamo un pò nostro. Giusto un po’ d’alcool nel sangue, il clima euforico di un post-mangiata, un tavolino per quanto possibile appartato, gente che si intromette e ci interrompe continuamente, ma una di quelle rare conversazioni che provano a sopravvivere alle insistenti pause e agli intermezzi divertenti.
Sarebbe stato bellissimo, anche se in quegli attimi avrei convissuto con la paura che da un momento all’altro con una battuta sdrammatizzasse il tutto, si alzasse con la scusa di un’altra birra e poi mi lasciasse chiaramente intendere che non se la sente di continuare quella conversazione. Mi sarei dovuta muovere delicatamente, sarebbe bastata una frase sbagliata, una domanda illegittima, un commento frainteso o azzardato, uno sguardo giudicato invadente. In quel bar sarebbe stato estremamente facile per lui approfittare di una qualsiasi scusa per non addentrarsi oltre.
Per non parlare di E. che probabilmente non avrebbe resistito un attimo a lasciare i suoi due amici in pace a conversare in un angolo semiseriamente. Ci avrebbe studiato da lontano, avrebbe fiutato le nostre intenzioni e sarebbe corso all’attacco: un bambino annoiato e dispettoso che si infila, inopportuno, nel divano tra il babbo e la mamma. Però me la sarei giocata, perché in fondo è la cosa che mi più mi piace fare con loro, scoprirli un po’, avvicinarmici, come con un cucciolo spaventato all'angolo della strada.
Insomma, mi avrebbe esposto la situazione, il confronto tra il ventenne sbruffoncello e un po’ supereroe e l’attuale, improvvisamente vulnerabile e disorientato. Avrei cercato di convincerlo che non si tratta affatto di un passo indietro. Io li ho ben presenti tutti e due, quei soggetti lì. E se i miei, di passi avanti, faccio fatica a monitorarli, quelli degli altri mi sembrano fin troppo palesi. Soprattutto quando si tratta di qualcuno che va e viene, come lui.
Non l’avrei abbracciato, figuriamoci. Non l’avrei fatto perché si sarebbe sentito un bambinetto, avrei dato un'importanza fastidiosa alla cosa, l’avrebbe assalito la sensazione di essersi esposto eccessivamente, il suo orgoglio avrebbe prurito. E poi, lì nel bar, dopo essere stati un po’ appartati non ci si può certo abbracciare. Anche se io lui lo abbraccerei un po’ sempre. E siam ben poco difensivi nel loro gioco dei pettegolezzi. Ben poco abituati.
L'avrei fatto qualche ora dopo, con una scusa qualunque, all'improvviso.
Insomma, quest’insicurezza deve avere un suo perché. Questo mettere impietosamente in discussione sè stessi, a che pro?
Comunque nessuno dei due crede alle dicerie popolari, che sia porteño o romagnolo quel vecchietto non convince, infatti ridiamo del detto che muore qualcuno quando si sognano denti che cadono.
Ma io non credo nemmeno alla storia dell'autoestima che precipita.
Quindi fanciullo non ti spaventare, è solo un sogno.
