Rimanevo sempre indietro, in bicicletta alle Aran. E mi bruciavano i muscoli nelle salite, così presto mi sono arresa, e ho cominciato a farle a piedi, con la bici a fianco, come le vecchiette ad attraversare gli incroci. Scendevo, afferravo il manubrio e camminavo, e raggiungevo gli altri che mi stavano aspettando. Che giù dalla bici si fotografava anche meglio.
Ero imbacuccata nonostante il sole e dovevano vedersi solo le guance rosse e l'espressione affaticata. Si vede che non sono abituata, è inutile. Sono pigra, lenta, affannata. Ma tutto intorno era bellissimo e valeva la pena di andare a quel passo. Intorno muretti a secco, prati verdi sconfinati, tratti di spiaggia deserta, l'oceano, cavalli, pecore e mucche paciose.
Respiravamo a pieni polmoni, e ogni poco ci fermavamo a sbucciare un frutto, ad accarezzare un animale, a rimirare i paesaggi intorno, a dare due calci ad una pallina da tennis, e a fantasticare a voce alta sulla vita che ci si potrebbe condurre, su quelle piccole isole selvagge.
Poi le abbiamo parcheggiate, le bici, senza chiuderle, che tanto "here nobody steals nothing. We're not in Italy", e ci siamo incamminati per una salita, su in alto fino alle scogliere. A picco le scogliere, e ancora foto, e ancora sole.
A tornare ci siamo divisi, noi abbiamo preso il sentiero che costeggiava il mare, il sole stava tramontando e tutto intorno sembrava brillare.
In ostello, la sera, c'era un barbecue. Qualcuno ha messo un piatto con un hamburger in mano a Luigi, così abbiamo intuito di poterne approfittare anche noi. Ci siamo sistemati a tavola. Il proprietario dell'ostello si curava che tutti avessero qualcosa da mangiare, offriva lui. I ragazzi intorno si abbuffavano, bevevano e chiacchieravano. Noi, con le guance cotte dal vento e tutto il resto dalla lunga passeggiata, parlavamo poco e ci guardavamo intorno, soddisfatti di quella giornata che volgeva al termine.
Poi all'improvviso ho avuto paura, di una maglia arancione, per esempio, o di chiunque altro potesse rovinarmi quella pace.
Ma ci si è riso su, e quando più tardi son salita su in alto, nel letto a castello, ero esausta e felice.
Per fortuna, alla fine, quel giorno a Inishmore nessuno è riuscito a rovinarmi niente, nemmeno io.
Ad Edimburgo ha deciso che acquisterà una casetta in centro, col tetto a punta, e che tutti i giorni scenderà all'Elephant House e si metterà a leggere o a scrivere sorseggiando un the, naturalmente siederà ad un tavolo davanti alla finestra, quella grande e luminosa con la vista sul castello.
Sul pullman per le Highlands ha deciso che varrebbe la pena comprarsi una casa anche lì, nel mezzo di un paesaggio mozzafiato, immersa in quei colori tanto intensi, sul bordo di un bel lago, per esempio. Poi però abbiamo attraversato un paesino minuscolo e innevato, verso l'ora del tramonto, e le è parso talmente bello ("il paese più bello che io abbia mai visto"), che forse la comprerà lì, la seconda casa, anzichè in mezzo alla valle.
Sull'aereo ha preso una decisione chiave: farà la hostess, e mi chiedeva con insistenza cosa si deve studiare, se bisogna sapere le lingue.
I capelli ora li vorrebbe arancioni, ma per l'evidente impossibilità che una tinta appaia naturale, si accontenterà di far proprio un uomo gagio, a patto che i suoi geni dominanti le facciano sfornare sei-sette bambini dai capelli arancioni, che quotidianamente, insieme al cane, porteranno a passeggiare a Calton Hill.
Comunque, tanto per cominciare, è ad Edimburgo che farà l'erasmus, questo è poco ma sicuro. E' un pò preoccupata per il regime alimentare scadente di questa gente, ma confida nelle sue capacità di adattamento, ha già sperimentato con discreto successo colazioni a base di uova, bacon e salsicce.
Questo viaggio breve ma piacevole ha esaudito le aspettative. Lei si svegliava di buon ora, mi tirava giù dal letto, era energica e curiosa, propositiva e appassionata. Beveva cioccolate take away, camminava a passo spedito, si invaghiva dei gagini per la strada, rideva di questi scozzesi mezzi svestiti che camminano a testa alta e passo svelto per le strade, nello stesso identico modo, sia che piova loro in testa, sia che spunti un pò di sole.
Io scattavo foto, bevevo caffè take away, cercavo di cavarmela come potevo con quella lingua che tutti masticano perfettamente tranne me, e quando la sera lei crollava e scaldava il letto come una stufetta, io mi immergevo nel mio libro, piuttosto in pace con me stessa.
Avvolte nelle nostre enormi sciarpe nere passavamo molto tempo in silenzio, a guardarci intorno, smangiucchiando biscotti al burro. Abbiamo fantasticato molto sul futuro, e di tanto in tanto mi capitava di invidiarla per il maggior grado di libertà e di spensieratezza con cui poteva farlo, tutto qui.
"Il prossimo anno Inghilterra e poi Galles", ha sancito ieri pomeriggio, mentre stanche atterravamo all'areoporto di Malpensa.
Innamorarsi, per una Giulia quattordicenne, corrispondeva più o meno all'idealizzare uno sconosciuto con gli occhi grandi (e poco altro), al metterlo fisso al centro dei propri pensieri e al conseguente disperarsi per mesi e mesi, tra lacrime e sospiri, perchè il soggetto in questione, era chiaro, non l'avrebbe mai degnata di uno sguardo.
Essere innamorata, a quattordici anni, significava non parlare d'altro, fantasticare a lungo termine, illudersi per un incrocio di sguardi, identificarsi in ogni struggente canzone d'amore, e chiedere a chiunque informazioni su di lui, informazioni di ogni tipo che poi risultavano essere, sempre e comunque, il focus da sviscerare nelle interminabili telefonate serali fra amiche. Quando le giunse voce che l'oggetto del suo desiderio fumava, ad esempio, furono ore extra di discussioni melodrammatiche su quell'amore da dimenticare.
Il travolgente sentimento di una Giulia quattordicenne non aveva niente a che vedere con capelli piastrati, trucchi e specchi, primo perchè ignorava completamente l'arte del farsi belli, secondo perchè si sarebbe dovuta svegliare un pò prima (e neanche l'amore era abbastanza potente), e terzo perchè sapeva che non avrebbe fatto in alcun modo la differenza, essendo quel ragazzo abbastanza brutto, ma comunque di gran lunga al di fuori della sua portata, cosa che lei stessa, in fondo in fondo, trovava piuttosto rassicurante.
(La Giulia a quattordici anni aveva perso la testa per un diciottenne rappresentante di istituto, giovane militante di alleanza nazionale, che poi si scoprì addirittura essere un suo cugino di secondo grado, il quale probabilmente, dall'alto della sua notorietà, la derideva con i compagni di classe e gli amici per quella cotta percepibile anche dall'occhio meno attento.)
Non so che succederebbe ad una Giulia quattordicenne nel 2009.
So che la sua piccola sorella quattordicenne, se un bel giorno si ritrova a pensare con una certa insistenza al ragazzetto quindicenne dell'appartamento di fronte, nel giro di un giorno scova il suo blog, ottiene il suo contatto messenger, e in men che non si dica si trovano a trascorrere le giornate chattando (quando potrebbero molto più semplicemente salutarsi dalla finestra). La piccola quattordicenne comincia, in maniera patologica, a curare la sua immagine anche la domenica mattina, nell'eventualità che le venga chiesto di uscire a buttare il sacchetto della spazzatura.
Ebbene, nel giro di cinque giorni i piccioncini si confessano l'inconfessabile, si dichiarano le rispettive intenzioni e si danno perfino un appuntamento.
Insomma prima mi chiedevo, col sorriso, quanto abbia influito, in tutto ciò, l'avvento della comunicazione via internet. E quanto invece abbia influito tutto il resto.